Una storia ancora da scrivere
I Cavalieri Estra in pochi anni sono diventati la prima squadra di rugby della Toscana
Un vanto per la città di Prato e anche per gli sponsor che li sostengono. In primo luogo, Consiag e, oggi, Estra. Con Fabrizio Tonfoni, attivissimo Presidente della società abbiamo cercato di tracciare una storia del passato recente e un quadro del futuro che aspetta i Tuttineri pratesi.
In pochi anni tanti buoni risultati. La serie A conquistata a tempo di record, l'ammissione alle coppe europee al primo anno della massima serie. Adesso, il primo posto posto in classifica, sebbene in coabitazione, alla fine del girone d'andata. Non ci sono limiti...
I Cavalieri nascono nel 2000, partendo dalla serie B. Una caratteristica di questa squadra è quella degli obiettivi sempre nuovi di crescita: una crescita continua si potrebbe dire. Ma, il vero salto qualitativo è avvenuto 4 anni fa con la riforma dei campionati. Da quel momento è stato impostato un lavoro per raggiungere l’eccellenza del movimento, la cosiddetta Top10. Abbiamo avuto anche un pizzico di fortuna - nello sport, come nella vita, non guasta mai. Se non ci fosse stata la rinuncia del Calvisano non avremmo avuto le condizioni che si sono verificate. Abbiamo potuto scegliere una serie di giocatori che hanno consentito di elevare la rosa della squadra. E siamo arrivati con un anno di anticipo al traguardo dell’eccellenza e anche alle coppe europee.
Al secondo campionato state lottando al vertice, siete indiscutibilmente tra le prime quattro squadre. Però, è in campo anche il progetto di aggregare più realtà rugbystiche toscane all'interno di una unica esperienza. E' TRE, l'acronimo di Toscana Rugby d'Eccellenza: ma non si rischia di disperdere risorse importanti?
La tradizione rugbystica toscana è campanilistica. Le aree storiche del rugby erano Livorno e Firenze. Prato arriva più di recente. Dobbiamo gettare le basi per il futuro del rugby toscano, in base alla strada tracciata dalla Federazione Italiana. Ci stiamo attrezzando per diventare una franchigia. In pratica, la Federazione ha valutato che il sostentamento del movimento non può rimanere nelle mura "interne", nazionali. Ci vuole un respiro europeo. Già oggi Treviso e Parma (Benetton ed Aironi) fanno la celtica (Celtic League), un campionato a parte con 4 nazioni: l’Italia, la Scozia, il Galles e l’Irlanda. Questo perché la visibilità del campionato italiano è quella che è (n.d.r.: poi, c’è anche la Champions League, ovvero Heineken Cup e la Europa League, ovvero Amlin Challenge Cup).
Tutto nasce perché Scozia, Galles e Irlanda, essendo piccole, non avevano la possibilità di creare un campionato di alto livello nelle proprie nazioni o aree geografiche. Così hanno riunito le forze, radunando le squadre migliori, per creare un Campionato. Noi italiani dobbiamo seguire questo percorso, perché non siamo in grado di creare un campionato con 10 squadre nazionali di alto livello. L’idea della Federazione italiana è stata quella di inserire le squadre migliori nella Celtic. Faccio un esempio: da noi i diritti televisivi sono “niente”, lassù sono diritti televisivi importanti. Ci sono grandi sponsor. Qui tutto il business converge sul calcio, poco altro su Pallavolo e Basket. L’obiettivo della Federazione è portare 4 squadre nella Celtic.
Il progetto T.R.E. vuol essere questo: una squadra regionale, una franchigia toscana che si possa candidare ad essere una delle 4 italiane nella Celtic League.
I parametri sono: essere una franchigia stabile, capace di rappresentare il movimento rugbystico e che abbia dei meriti sportivi.
Insomma, una specie di nazionale regionale. Mentre, le altre squadre restano nei rispettivi campionati locali.
E’ così. La cosa bella è che vogliamo essere Cavalieri Estra anche a livello europeo. Il nome è stato riconosciuto, vorremmo diventare la “squadra toscana” del rugby. Conservando chiaramente la centralità della città di Prato. E’ un progetto ambizioso ma è quello per cui stiamo cercando di strutturarci.
A Prato sono passati tanti sport, senza grandi successi. Il rugby sembra il primo in grado di entrare "nel cuore" della città. Il movimento rugbystico ha fatto breccia nella passione sportiva. E' destinato a durare anche in futuro?
Prato è una città strana, dal punto di vista di attaccamento alle proprie questioni interne. I pratesi non partecipano fino in fondo agli eventi della propria città. Oggi, c’è una forte crisi. Ma in passato, quando ci sono stati momenti di maggiore ricchezza, se fosse stata data una mano alle squadre locali ci troveremmo con una situazione sportiva diversa. Penso che, di fatto, dello sport non sia mai interessato granché. Ed è un peccato.
La città deve essere rappresentata e vissuta in tutti gli aspetti. Essere al centro dell’attenzione in senso positivo è un vanto per tutti noi, noi pratesi. Con l’Europa possiamo dire di aver portato 1500 turisti che a Prato non sarebbero mai venuti, se non ci fosse stato il rugby. Lo sport come disciplina sportiva fine a se stessa può avere delle limitazioni. Con una squadra permanentemente in Europa si potrebbero immaginare dei ritorni per ristoranti, alberghi, musei. L’elemento Prato deve essere fatto conoscere anche grazie a situazioni “straordinarie”, non solo per il lavoro. Il pratese dovrebbe capire che la rinascita non passa solo dalla via fondamentale del lavoro, ma anche da altri momenti ed eventi: sportivi e culturali, prima di tutto. In Inghilterra c’è il caso importante di Manchester: da città in grave crisi è diventata città della cultura, di arte contemporanea.
Il rugby è spesso citato anche per il senso di sportività che insegna, il suo paradigma è il cosiddetto terzo tempo. Si può parlare di insegnamento etico proveniente dallo sport?
E’ fondamentale. Vogliamo creare prima di tutto uomini. Poi, giocatori e sportivi. Dare una mano alle famiglie per far crescere i propri figli in un ambiente sano, con principi sani. Per contribuire a dare alla società civile persone mature e responsabili che abbiano il senso del rispetto, della disciplina , dell’unione. La nostra società non ha scopo di lucro. Non speculiamo sulla società, tutto quello che incassiamo lo utilizziamo per dare di più ai Cavalieri e al nostro movimento. Facciamo iniziative di tipo solidale. Con la Misericordia di Prato, il Meyer a Firenze. Il terzo tempo ha significato vero, non è una abitudine o una promozione. Nessuno dei nostri si sogna di parlare con l’arbitro o, ancora peggio, di offenderlo.
Recentemente, vi siete arrabbiati. Colpa della neve e della scarsa considerazione degli avversari ospiti di coppa, il Bayonne. Voi eravate sul campo sgombrato dalla neve ad aspettarli e loro si allenavano in albergo, in attesa di visitare Firenze. Nel calcio i Cavalieri avrebbero avuto partita vinta tre a zero. Avete giocato il giorno dopo, perdendo a Livorno. E' il segnale di una “inconsistenza internazionale” della nostra Federazione?
La Federazione italiana ha fatto tutto ciò che poteva fare per assistere la Federazione europea. Non c’è stata mala gestione, solo un cattivo collegamento per mettere le due squadre allo stesso tavolo. Forse, c’è stata una scarsa considerazione. Lì per lì c’è stata una grande rabbia, ma dopo abbiamo accettato con grande fair play le decisioni dell’arbitro e i valori del campo.
Per il resto un 2010 alla grande...
Sì è stato ottimo. Abbiamo raggiunto grandi obiettivi. Il 2011 dovrà essere di consolidamento. Vogliamo ripetere e migliorare la stagione 2009-2010: entrare nei play off, andare avanti in Coppa Italia. Anche il prossimo anno vogliamo vivere l’esperienza delle coppe. Questo è il traguardo che ci siamo dati.
Lo scudetto resterà un "tabù" o è alla portata dei Cavalieri?
Queste cose si dicono, al massimo, nello spogliatoio. Tra dirigenti e giocatori. Dobbiamo essere prudenti. I Cavalieri sentono nel loro dna la vittoria. Quando scendiamo in campo, che sia Mogliano, Bayonne, Harlequins o L’Aquila vogliamo disputare un bel match e concluderlo vincendo. Le nostre avversarie hanno un grande blasone, sono storicamente tra le più forti squadre italiane: Rovigo, Padova, i Crociati di Parma. Noi siamo convinti delle nostre forze. Come ho detto, anche i ragazzi sono convinti dei propri mezzi.
Intanto, è arrivato il primo "pratese" in nazionale. Edoardo Gori un mediano di mischia che sembra avere un grande futuro.
Per molti è il futuro numero nove dell’Italia. Nel nostro organico militano 7 giocatori di Prato, 2 di Livorno, 1 di Firenze. Non credo che ci sia un’altra squadra italiana che può permettersi lo stesso biglietto di visita, ovvero 10 giocatori in rosa provenienti dalla propria regione d’appartenenza. Vogliamo incrementare questo numero e non far andare più via i giocatori bravi, in altre squadre più titolate. Per farlo dobbiamo dare il giusto palcoscenico ai nostri giocatori. Credo che i talenti siano a Prato, come possono essere a Treviso e in altre parti d'Italia. Per farli sbocciare abbiamo bisogno di strutture e organizzazione: i talenti nascono in tutti i posti del mondo.
Gori è emigrato a Treviso, gioca in Celtic con il Benetton e gioca poco.
Edoardo “Ugo” Gori è uno dei nostri talenti, ha solo 20 anni. E’ cresciuto nel vivaio del Gispi a Prato. Poi, è passato con gli juniores dei Cavalieri, ha fatto l’under 20 ed è stato lanciato in prima squadra nella partita più delicata dei Cavalieri, cioè la finale 2009 per l’accesso nella Top Ten contro L’Aquila, a Roma. L’anno scorso ha fatto un campionato eccezionale. Ora milita nelle file del Benetton. E’ vero che sta giocando poco ma le sue potenzialità sono enormi. Noi, purtroppo, non eravamo ancora in grado di offrirgli il palcoscenico che si merita. E’ la verità. E’ giusto che abbia la sua strada.
I Cavalieri vogliono anche diventare un "faro" per lo sport cittadino. C'è già la pallanuoto femminile che ha adottato lo stesso nome e gli stessi colori. Si parla di una polisportiva I Cavalieri?
Vogliamo creare un piano industriale intorno all’aspetto sportivo. Non possiamo sostenere il rugby solo con le sponsorizzazioni. Dobbiamo diventare più appetibili, affinché gli sponsor e tanti soggetti imprenditoriali siano interessati ad interagire con noi. Con 1500 atleti si possono fare tante cose, dall’abbigliamento ai servizi si possono attivare collaborazioni e sinergie importanti: gli utili derivanti da queste situazioni possono, debbono essere reinvestite nell’attività sportiva. Perché non abbiamo scopo di lucro. Penso anche al 5x1000, è poca cosa ma vale il principio: insieme siamo forti ed appetibili.
A Firenze la città si spacca sulla cittadella sportiva della Fiorentina. Il rugby non è il calcio, ma il futuro delle attività sportive passerà anche dalla proprietà delle strutture. Anche a Prato?
Nel futuro, se le società non saranno dotate di strutture proprie avranno difficoltà forti. Con la proprietà, invece, possono essere in grado di creare flussi finanziari in entrata che aiutano l’attività societaria. Per noi pensare di acquistare terreni e di edificare aree è, oggi, una utopia. Fare quello che abbiamo già realizzato con il comune di Prato è possibile: un project per sviluppare una cittadella sportiva ed esserne poi gestori, per ripagare gli investimenti. E trarre i massimi vantaggi economici per ribaltarli sulle attività sportive.
In bocca al lupo ai Cavalieri...
Crepi. Ancora una cosa. Voglio ringraziare e lo faccio dalla vostra pubblicazione on line, Estra Notizie. Perché nel momento di massimo buio, quando ci venne a mancare la prima sponsorizzazione su cui si basava la nostra programmazione sportiva, a noi la luce l'accese Consiag (2004) e oggi Estra. Ha sempre creduto nella società, nei suoi dirigenti. Ci è sempre stata vicina. Se oggi siamo qua, è giusto rendere merito a Estra.











